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Jacques Fesch

Jacques Fesch

Inconsciamente cercavo Dio

 

«In me non ci sono due uomini:
quello di prima e quello di poi,
ma uno solo ed unico,
il quale, senza rendersene conto,
cercava e che ora ha trovato».
(Giornale intimo, 27 agosto 1957)

 

Giovinezza sviata

La vicenda di Jacques Fesch è una di quelle risposte che di tanto in tanto Dio va dando agli scettici della santità, sempre viva e presente nella Chiesa e sbocciata talvolta anche nelle situazioni più sconvolgenti: qui è l'episodio del "buon ladrone" che si ripete.
Ma procediamo in modo ordinato. Jacques era nato a Saint-Germain-en-Laye, vicino Parigi, il 6 aprile 1930, allora domenica di Passione. Era figlio di un belga venuto a stabilirsi in Francia, a Parigi, quale direttore di una banca del suo Paese. Costui era di carattere autoritario e tale da rendere insopportabile la vita familiare. Non si è mai occupato molto del figlio, se non per cercare di distruggere in lui ogni entusiasmo: confidenza, ottimismo, fede. Più tardi si separò dalla moglie lasciandole il figlio a Saint-Germain-en-Laye, dove Jacques frequenterà le scuole di un collegio privato e poi altri istituti, ma senza combinar nulla.
La madre si rivelò una donna debole e del tutto incapace di educarlo e prepararlo alla vita.
Scriverà del periodo familiare: «La mia natura era debole, ero fiacco, senza un carattere, mi lasciavo sedurre da ciò che era facile e avevo esigenze derivate da una vita non certo lussuosa ma sufficientemente comoda perché io non prendessi contatto con la dura realtà che è la sorte di molti».
Dirà ancora: «Ciò che soprattutto, io credo, mi ha incatenato ad un certo modo di vedere le cose, è l’educazione che ho ricevuto in famiglia. Non penso di dar prova di indiscrezione svelando quanto è stato gridato ai quattro venti e cioè che i miei genitori non andavano d'accordo. Ne risultava un ambiente familiare detestabile fatto di urli nei momenti cruciali e di disagio e durezza dopo le crisi. Niente rispetto, niente amore.
Mio padre, un uomo a suo modo incantevole per gli estranei, aveva uno spirito sarcastico, orgoglioso e cinico. Ateo all'estremo, nonostante il suo successo professionale, provava disgusto per una vita che non gli aveva procurato che disinganni e delusioni. Fin dalla più giovane età mi sono nutrito delle sue massime. Cercando esempi intorno a me, ho ricalcato il mio comportamento su quello della persona che aveva il carattere più forte. Ero inquieto, disorientato e sommamente infelice».
Scrivendo alla moglie Pierrette dirà: «Gran torto di mia madre e che avrebbe dovuto imporsi quando avevo 13-14 anni».
«A quindici anni è l'età della pubertà, momento decisivo della vita di un uomo, durante il quale si schiude la sua vera personalità. Se non lo si dirige, dandogli un fine da acquisire ed una disciplina, tutto diventa possibile. Come diceva non so più quale pediatra: Se voi date dei beni ai vostri ragazzi senza una disciplina, è peggio che se voi li uccidiate».
E proseguirà: «Ciò che mi ha perduto e che non avevo nessuno scopo. Che fare della vita? Era una domanda alla quale non avrei mai potuto dare una risposta».
Accetterà di rapinare «perché quest'azione derivava naturalmente dal mio modo di vedere le cose. Non in quel giorno sono divenuto un criminale: è stato molto tempo prima».
Altro particolare che influenzò la sua giovinezza sviata: al collegio privato, tenuto da sacerdoti, Jacques aveva avuto ottimi compagni, ma quando passò al liceo ne incontrò di quelli non buoni e guasti.
Intanto si appassiona di musica jazz, dichiarando che il jazz era divenuto per lui una droga: «Non posso più farne a meno!».
Arruolato per il servizio militare, a vent'anni sposò civilmente Pierrette, una ragazza di Saint-Germain. Non la sposò però per amore, ma solo perché resa da lui una ragazza-madre. Sarà durante la permanenza in carcere che sboccerà un amore vero, profondo che sfocerà nel matrimonio religioso, celebrato il 30 settembre 1957, un giorno prima della sua decapitazione.
Dai due sposi nacque Veronique, una creatura che avrebbe potuto rinsaldare il loro rapporto.
Avvenne, invece, che Jacques, dopo il congedo e il breve tempo che restò inserito nel lavoro del suocero, un ebreo che gestiva una ditta di noli e trasporti di carbone, piantò tutti e tutto, moglie, figlia e lavoro, e se ne andò dalla madre. Gli era saltato in mente di creare una ditta che fosse in concorrenza con quella del suocero. Scroccato a tal scopo dalla madre il denaro, che subito sperperò, sognò di uscire dalla sua situazione che gli appariva un cerchio soffocante col progetto di partire e andarsene lontano.
Tornò dalla moglie e cominciò a cercare il denaro: doveva procurarsi un battello a vela per affrontare l'oceano. Il padre si rifiutò di pagargli l'imbarcazione. Ma poiché l'idea di partire l'ossessionava, il denaro bisognava farlo uscire.

Il «dramma»

Jacques stesso diede questo nome al suo «gesto folle». Si era procurato una rivoltella, ma non volendo usarla se non per intimorire, ne aveva tolto i proiettili. La mattina del 25 febbraio del 1954 andò, a Parigi, dal cambiavalute Alexandre Silberstein, amico di suo padre e gli ordinò dell'oro, che sarebbe andato a rilevare la sera. A sera, Jacques andò per avere l'oro. I due complici che l'accompagnavano e l'avevano ossessionato col folle progetto, lo pressano a rimettere i proiettili nella rivoltella. Mentre il cambiavalute si accinge a trarlo dalla cassaforte, Jacques lo colpisce in testa col calcio della rivoltella: nel farlo gli sfugge un colpo e si ferisce ad un dito. Il vecchio, sanguinante, grida aiuto. Jacques fugge e nel fuggire perde gli occhiali (era fortemente miope).
Dato l'insuccesso i complici, per coprirsi, avvertono essi stessi la polizia e danno i connotati di Jacques. Lungo il viale Jacques scorge un caseggiato che ha la porta del cortile aperta. Vi entra, sale fino al quinto piano e attende che tutto si calmi. Ad un certo momento, ritenendo ormai tutto tranquillo là attorno, Jacques ridiscese ma nel cortile qualcuno lo riconosce e grida: «E' lui!». Allora l'agente Vergnes intima: «Mani in alto!».
Jacques si gira di scatto ed istintivamente, con la mano nella tasca dell'impermeabile, perché ferita, senza occhiali, spara un colpo e sventuratamente uccide il poliziotto. Dopo di ciò si lancia nel viale, inseguito da gente che gli urla dietro: Colpisce di striscio un certo Leinoir che tenta di bloccarlo e corre forsennato verso la stazione del metrò.
Spara ancora ma senza colpire, finché viene bloccato tra le porte di ferro della stazione. Jacques viene colpito violentemente in testa, gli si sputa in faccia, lo percuotono a sangue, è ammanettato. Portato in questura, viene trattenuto un paio di giorni, per poi essere rinchiuso nel carcere "La Santé".
Jacques avrà drasticamente tutto l'opposto di ciò che sognava. rinchiuso in quattro palmi di spazio, lui che sognava l'oceano; privo di tutto, lui che ambiva chissà quali emozioni. Non sa però che Uno s'interessa di lui, per "salvarlo" come nessun altro sa e può.

 

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